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NB. Per non accrescere di soverchio la mole del secondo volume e per una divisione più naturale delle materie, il presente volume termina col 1831, epoca dell'avvenimento al trono di Carlo Alberto: ed il 3° volume, che quanto prima vedrà la luce, comprenderà tutti gli avvenimenti occorsi sino al 1850.

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PREFAZIONE

E' bisognerà bene che i leggitori d'oggidì mi comportino la libertà ili dire tutto quello che si disse, perchè l'intento mio è di scrivere storie, non tacere, nè parlare per adulazione. Carlo Botta.

Eccoti, lettor mio, la seconda parte del mio lavoro: se l'incolto stile di uomo uso più a trattar le armi che a vergar fogli, se la semplice, ma fedele esposizione dei combattimenti sostenuti dai padri nostri nello scorcio del passato secolo, non hanno soverchiamente attediato la tua mente, tu non isdegnerai gettare un rapido sguardo su queste nuove pagine, che contengono le ulteriori loro vicende, e forse l'animo tuo andrà lieto nel vedere che in mezzo al turbine che sconquassò Europa intera, nel decorso di lunghe e sanguinosissime guerre, i connazionali tuoi, soventi oppressi, abbattuti non mai, lottar seppero ognora con forte costanza contro l'avversità degli uomini e dei tempi, e combattendo or sotto propria ed or sotto estranea bandiera, mantener rigogliosa ed intatta la riputazione di popolo

Voi. II. — 1 Piiselli, Storia ecc.

guerriero, eredata dai padri. Compagni al grande italiano nei lunghi suoi giorni di gloria, non pochi di essi lo seguirono sin nell'ultima Russia, e quando giunsero i dì della sventura, essi, fedeli quanto valorosi verso quel sommo che appreso avevano a venerare per proprio signore, combatterono ai suoi fianchi sinchè la prostrata aquila imperiale rammentò loro che un'altra patria più umile, ma più cara, avea diritto ai loro affetti, al sangue loro.

Ritornati in Piemonte pertanto, essi con amore si strinsero attorno al vessillo di quella dinastia che, se non sempre ottima, tirannica non mai ed ognor guerriera, tante volte guidato avea i padri loro alla vittoria, e se dopo il breve giro di pochi anni alcuni di essi, tratti da bello e generoso errore, parvero dimenticare la data fede, la colpa più che ad essi, ai sovrani attribuir si deve, i quali, chiamati a nuovamente regnare sopra un nobile popolo, ad esser capi di una guerriera armata, invece di reggere l'uno e l'altra con quei modi che a sudditi fedeli, ma onorati, si addicono, vollero trasmutarli in un vii branco di schiavi.

Non inchinevole ad anarchiche sètte, non desioso di ministeriali favori, suddito riverente , ma non schiavo, io descrissi quell'epoca dolorosa con animo indipendente, portando degli uomini e delle cose quel giudizio che il poco mio intelletto e la giustizia parvero consigliarmi: avrommi forse taccia di fazioso dagli uni, di cortigiano dagli altri: ma quel testimonio che per gli onesti più vale, la propria coscienza, mi assicura che col libero mio dire, io non feci atto nè di avversione alla dinastia, nè di mal animo verso i congiuranti: fui storico sincero everidico, e curante solo dell'approvazione dei buoni e sprezzante quella dei pusilli e dei tristi.

Se ceduto avessi a spilorcie mire economiche, od a quel gretto sentimento di semi-patrio amore che circoscrive l'affetto di tanti piemontesi alle provincie rette dalla Casa di Savoia, io, saltando di piò pari l'inetta dominazione del francese Direttorio ed il lungo periodo imperiale, avrei potuto restringere in poche pagine gli eventi accaduti dalla pace di Cherasco alla Ristorazione: ma già il dissi ed or lo ripeto. Le glorie, le sventure, gli errori d'Italia appartengono agl'italiani d'ogni provincia, tanto al veneto che al sardo, tanto al subalpino che al siculo. Nè serve che qualche parte della penisola sia retta con libere leggi; sinchè lo straniero è accampato sull'italo suolo, noi non siam liberi: è un comun fato di servitù che ci opprime, ed ogni ben che menomo atto che ricordar ci possa che volemmo, vogliamo e vorremo, spero in Dio, esser nazione, è prezioso retaggio da mandare ai nipoti: obbrobrio a loro se scordar lo potranno.

I piemontesi furono molto appropriatamente qualificati da un recente scrittor francese, les grenadiers de l'Italie; e noi accettammo sempre con gioia il mandato di marciar primi alla pugna, e tolga Iddio che i figli nostri s'arretrino da questa pericolosa ma sublime missione: ma tra le file napoleoniche gloriosamente pugnarono e veneti e lombardi e modenesi e romagnoli, e molti figli della vetusta Roma acquistarono chiarezza tale di nome da dimostrare come essi fossero non indegni figli di quella dominatrice dell'orbe intero.

Per queste considerazioni adunque, e perchè non mi parve equo furare della loro parte di gloria quei piemontesi nativi delle provincie state aggregate al regno d'Italia, io toccai per sommi capi le campagne napoleoniche arrestandomi alquanto più su quelle di Spagna e d'Italia, in cui i connazionali nostri ebbero maggior parte.

Avrei desiderato poter dare più esatte notizie su tanti generosi che col loro sangue e col loro valore fecero illustre il nome piemontese nelle diverse armate europee: ma convien pur dirlo a vergogna dei nipoti: quei che sanno con solerte cura eredare le sostanze avite, poco si occupano a raccogliere quei dati che tramanderebbero onorato ai posteri il nome degli avi, e non di rado avviene che i parenti ignorino le gesta del parente, dell'avolo il nipote, del proprio padre il figlio. Non così certamente si custodiscono le militari tradizioni nei popoli, ma pure così accade in questo nostro secolo speculativo!

Possa questa mia fatica incontrare il tuo aggradimento, o lettore, rinfuocolare nel cuor tuo la carità di patria e l'odio per lo straniero, ed io dirottimi pago.

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