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speranza di puntellare il temporale dominio del pontefice, di allargarlo fino agli antichi confini, di osteggiare il nuovo regno, e se non altro, di fare pensoso dei suoi destini l'impero di Francia. Ma perciocchè gli scaltri difensori della Corte romana hanno accampato fin qui tutta la loro arte ad oscurare una tale verità; noi facendo storia di questo atto del pontefice, e discorrendo sopra alcune proposizioni condannate nel Sillabo, intendiamo provare fino alla evidenza, che la Enciclica ed il suo Sillabo furono in apparenza pubblicati per proclamare principii e dottrine cattoliche, ma in pratica realtà al fine di eccitare potenze amiche a sorgere in difesa del regno temporale del pontefice, di sgomentare le potenze avverse dal minacciarlo, e di costringere le peritose a continuarne la protezione. Quando con la evidenza dei fatti e con la bontà delle ragioni sia posto in saldo questo vero; lasceremo alla coscienza dei cattolici il decidere, se anche in vista di questa stessa pubblicazione, non sia poi giunto il momento opportuno, in cui la tiara del pontefice si scompagni dalla corona del re: in cui cessi ogni cura di terreno principato in chi esercita ministerio celeste: in cui scomparisca da una società incivilita la somma sconvenienza di congiungere in un solo soggetto divine e sociali funzioni, per loro natura e per loro scopo tanto dissenzienti. Perciocchè è d'uopo che si finisca di corrompere nel pensiero del popolo la divina e santa origine della potestà sacerdotale: che si allontani il rischio di alterare la sua soprannaturale sanzione, e di livellare la condizione della suprema autorità ecclesiastica a quella del potere umano, caduco e temporario. In somma è d'uopo, che nella città eterna tornino ad essere regola e norma dello ecclesiastico reggimento le stupendissime parole del santo papa Gelasio, il quale in brevi tratti ci rivela tutta la economia ordinata dalla divina provvidenza, a temperare sulla terra i due poteri, ragionando nel suo trattato contro Anastasio in queste sentenze: – Cristo memore a della umana fragilità, ordinando con magnifica disposizione a quanto poteva giovare alla salvezza dei suoi, assegnò alle due a supreme potestà gli uffici coi loro atti speciali e con distinte e dignità: così provvedendo che i suoi fossero salvati per via e di medicinale umiltà, e non perduti di nuovo da umana super

«bia. E per tal modo i cristiani imperatori abbisognassero dei pona tefici per la loro eterna salute; ed i pontefici si avvalessero delle a leggi imperiali pel buon andamento delle cose temporarie. Così « l'azione spirituale non avrebbe incontrati ostacoli carnali, così a chi militasse per Dio non si sarebbe implicato nei secolari « negozii: e chi all'opposto in questi fosse implicato, non si « sarebbe visto presedere alle cose divine. Per tal modo (prova veduto alla modestia dei due ordini) niuno insignito dei due poa teri si sarebbe levato troppo alto; ma con la qualità delle azioni a si sarebbe acconciato all'ordine, al quale si fosse specialmente a consecrato (1) ». – I tempi con istraordinarie vicende ci conducono a vedere rimessa in vigore questa magnifica disposizione di Cristo: essi maturano tali casi da avverare le parole, che l'eminentissimo cardinal Pacca nelle sue memorie ci lasciò scritte in questi termini: « Il sorgere di una nuova e grande monarchia mi a confermava nel pensiero, che dal tristo e doloroso avvenimento a della cessazione della sovranità dei papi poteva il Signore ca« varne altri, e non leggieri vantaggi per la sua Chiesa; pensava « che la perdita del dominio temporale, e della maggior parte dei a beni ecclesiastici avrebbe fatto cessare, o infievolire almeno a quella gelosia, e quel mal talento, che si ha ora dappertutto a contro la Corte romana, e contro il clero; che i papi sgravati a dal pesante incarico del principato temporale, che pur troppo « li obbliga a sacrificare una gran parte del tempo così prezioso a in negozii secolareschi, avrebbero potuto rivolgere tutti i loro a pensieri, e tutte le loro cure al governo spirituale della Chiesa;

(1) a Christus memor fragilitatis humanae, quod suorum saluti congrueret dispositione magnifica temperans, sic actionibus propriis dignitatibusque distinctis officia potestatis utriusque discrevit, suos volens medicinali humilitate salvari, non humana superbia rursus intercipi, ut christiani Imperatores pro vita aeterna Pontificibus indigerent, et Pontifices pro temporalium cursu rerum imperialibus dispositionibus uterentur: quatenus spiritualis actio a carnalibus distaret incursibus, et ideo militans Deo minime se saecularibus negotiis implicaret: ac vicissim non ille rebus divinis praesidere videretur, qui esset negotiis saecularibus implicatus, ne extolleretur utroque suffultus, et competens qualitatibus actionum specialiter professio aptaretur ». S. GELAs. Tract. contr. Anast. Imper.

a che mancando alla Chiesa romana il lustro e la pompa dell'onoa rificenza, e l'incentivo dei beni temporali, sarebbero entrati nel a suo clero quelli soltanto, che bonum opus desiderant, e non e avrebbero dovuto in avvenire i papi avere nella scelta dei loro « ministri e consiglieri tanti riguardi allo splendor dei natali, agli a impegni dei potenti, alle raccomandazioni e nomine dei soa vrani; per cui può dirsi spesso delle promozioni romane: multia plicasti gentem, sed non magnificasti laetitiam, che finalmente e nelle consultazioni per gli affari ecclesiastici, tra i motivi che si e presenterebbero per prendere, o per rigettare una risoluzione, a non avrebbe avuto più luogo quella del timore di perdere lo « Stato temporale, motivo, che messo sulle bilance poteva farle a traboccare dalla banda di una soverchia pusillanime condiscena denza ». Le gravi parole dell'eminentissimo Pacca ci fanno presentire che la Santa Sede sia prossima pel meglio della cristianità a tornare in quelle condizioni, nelle quali secondo papa Gelasio era stata posta dalla sua origine pel magnifico ordinamento di Cristo. Noi pensiamo che la stessa pubblicazione del Sillabo e dell'Enciclica dell'8 dicembre sia tale fatto, da affrettare questo avvenimento; quando sieno messe in chiara luce le ragioni, per le quali noi asserimmo che la Curia romana fu mossa a pubblicar l'uno e l'altra nella cristianità. Entrava l'anno 1861 luttuoso alla sovranità del papa, e minaccevole ai disegni di quel partito retrivo in Europa, il quale sognando restaurazioni e governi assoluti da medio evo, trovava in Roma favore e protezione. I principati, che avevano divisa l'Italia, corrosi dal dispotismo erano caduti sotto l'odio e lo scherno del popolo: l'Austria, speranza e sostegno della Curia romana, giaceva prostrata dalle sconfitte di Magenta e Solferino: le più ricche e popolose provincie della Chiesa eransi sotratte al suo dominio: l'esercito, raccolto con tanta pena e dispendio dal partito clericale e dai satelliti dell'assolutismo a difesa degli Stati pontificii, erasi dileguato quasi nebbia nello scontro di Castelfidardo: l'Italia tutta risorgeva a nuova vita, aspirava ad una patria, ed animosamente raccoglievasi sotto la bandiera taumaturga della nazionale unità. Questi maravigliosi successi avevano oltre ogni credere avvivato gli spiriti dei liberali, smagato i nemici della libertà, ed oscurato l'antico prestigio del pontificato. I retrivi che si arrovellavano per rilevarlo, destituiti dei mezzi materiali e terreni, divisarono por mano agli spirituali e religiosi. Infatti ecco d'improvviso tutte le effemeridi clericali novellare di certa solenne cerimonia, e bandire una festività di grande pompa e straordinario apparato, che Roma si apprestava a celebrare per la canonizzazione di alcuni frati dell'ordine francescano e gesuitico, i quali uccisi per la fede nel Giappone, da quasi tre secoli aspettavano dal pontefice l'onore degli altari, e l'aureola del martirio. I fedeli erano invitati ad accorrere in Roma con le promesse di ogni spirituale larghezza: il clero comandato d'infervorarli con la parola e con l'esempio: tutti i vescovi cattolici chiamati colà per levare in maggiore solennità quel santo rito con la loro venerabile presenza. Queste mostre religiose poco o nulla commovevano i gabinetti di Francia e d'Italia, se non in quanto frequenti novelle da Roma avvertivano: un grande colpo prepararsi dal pontefice contro i due invisi governi: non senza un profondo scopo i vescovi cattolici essere in Roma convocati: e non senza un pensiero mal celato spedirsi loro l'invito dalla congregazione del Concilio, quando antica consuetudine e ragione voleva che fosse dalla congregazione dei Riti, cui spettava la festa della nuova canonizzazione. – Nè andò guari che i due gabinetti ebbero saputo per fermissimo, che in Roma sotto sembianza di festeggiare a nuovi santi s'intendeva, per istigazione dei Gesuiti, congregare i vescovi quasi in ecumenico concilio: e mettere in esso a disamina, e solennemente proscrivere alcune dottrine del nuovo giure europeo, come fallaci, peccanti contro la morale e la fede, e degne di essere da ogni credente fuggite ed abiurate. In prosieguo si ebbero le precise novelle che quattro speciali proposizioni sarebbero proposte alla disamina de vescovi, le quali erano state dal padre Perrone, famosissimo fra i maestri in divinità della Compagnia di Gesù, formulate nei seguenti termini: lo Che piace di stabilire intorno al potere temporale dei papi: 2° Che piace stabilire intorno alle dottrine, le quali, derivando immediatamente dal popolo l'autorità civile, attribuiscono al medesimo ed a suoi plebisciti un dritto supremo nei sociali negozii: 3° Che piace stabilire intorno al giure di nazionalità considerato assolutamente ed in sè, ovvero comparativamente e rispetto ai dritti dinastici: 4" Finalmente che piace stabilire intorno al nuovo giure proclamato nel 1789, e adottato come regola dalle moderne società. A queste proposizioni, da discutersi nelle conciliari adunanze de vescovi, erano già stati preparati dai Gesuiti i placiti da pronunciarsi nei seguenti termini: lo Il poter temporale dei papi nelle presenti condizioni è in qualche modo necessario alla indipendente libertà religiosa del pontificato e della Chiesa: e però si ha da difendere eziandio con le censure e con le armi spirituali: 2° La dottrina, per cui il poter civile si deriva immediatamente dal popolo, e si dà supremo valore ai popolari plebisciti nei sociali negozi, devesi, secondo che viene dai liberali professata, condannare come falsa, e proscrivere come sovvertitrice dell'ordine pubblico e della pubblica tranquillità: 3° Si ha da tenere per erroneo, e oltre ogni verità amplificato quanto dai moderni si scrive e si afferma del giure di nazionalità superiore ai dritti dinastici: 4o In fine il nuovo giure proclamato nel 1789, guasto da molti e perniciosissimi errori, non a torto si crede sorgente principalissima di quei disordini, che viziano le odierne società, e fanno schiava la Chiesa. Scoperti questi divisamenti, che covavano in seno alla Curia romana, i due governi si accontavano a sventarli. E prima vennero in questa concordia, di opporre ostacoli a ve scovi dei loro Stati, affinchè, in quella occasione dalle loro sedi non si movessero. E siccome era da credere, che anche ad onta di tale divieto la Curia romana avrebbe perfidiato nel pensiero di creare in Roma un sinodo alla non pensata, ove foggiare dommi e religiose decisioni; il gabinetto imperiale divisò di venire a più energica risoluzione. Anche per parte dell'Italia il barone Ricasoli ministro degli esteri sollecitava, affinchè si prendesse qualche partito a cessare le agitazioni, e a dare fermezza e stabilità al nuovo governo della penisola: dimostrava che a conseguire questo scopo era sopra tutto da osservare il dritto, che gl'Italiani avevano, di raccogliere le membra divise della loro patria in una sola nazionalità, e d'incentrarsi in Roma loro capitale. A stimolare il gabinetto imperiale, e a mostrare al mondo con quanta ingiustizia si lanciasse contro

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